Brexit: la Gran Bretagna e l’identità Europea

Essere o non essere, questo è il problema: alcune riflessioni sull’identità dell’Unione alla luce della Brexit

di Chiara Manzillo

È d’uso, in occasione di svolte negative sul proprio percorso, ricordare le ragioni per le quali si è intrapresa tale strada. Uno sguardo al passato può portare ad un rinvigorimento dei propri scopi e delle proprie intenzioni, ma è altresì possibile osservare il tracciato di quelle decisioni che al momento potevano apparire più o meno corrette, che hanno invece condotto all’odierna crisi.
La Gran Bretagna ha intenzione di uscire dall’UE dopo 43 anni, con una visione ottimista che guarda ad un paese felicemente indipendente.
Ebbene bisogna chiedersi perché la Gran Bretagna decise allora di entrare a far parte del progetto comunitario?

Le origini del progetto comunitario

Il progetto europeo nasce da un lato sotto forma di un’unione economica e commerciale, dall’altro (il lato politico) con l’intento di mantenere la pace in un continente distrutto; la storia non è però così semplice, e comporta altre domande: un insieme di paesi distrutti da due guerre mondiali che genere di unione economica e/o commerciale può sperare?

Per fortuna c’era chi aveva grandi piani, come il Piano Marshall.

La maggior parte dei paesi che sono entrati a far parte prima della Ceca, poi della Cee, ed infine dell’Unione europea, hanno ricevuto un certo aiuto economico da quel paese che, inoltre, li aveva aiutati a liberarsi dalle forze dell’Asse. Le ragioni economiche e politiche del processo di formazione dell’Unione europea possono considerarsi, quindi, non del tutto “autoctone”, se vogliamo osare uno sguardo più affilato sul passato. Ma non c’è bisogno di guardare così lontano: oggi, impugnando la recente parentesi storica della Crimea, tra le ragioni per la nascita dell’odierna UE possiamo annoverare anche la vitale necessità di un blocco cuscinetto, geograficamente e politicamente contenitivo rispetto al conflitto bipolare USA versus URSS. Il cuscinetto UE ha finito, infatti, con l’oscillare spesso tra un lato e l’altro, tra un’intesa economica e commerciale con gli Stati Uniti e i loro partner, e un accordo riguardante le risorse energetiche con la Russia. La crisi della Crimea del 2014 ne è testimonianza.

Dopo circa quarant’anni l’Unione europea inizia a creparsi socialmente ed economicamente. Emergono nazionalismi e movimenti centrifughi, e le ragioni di questi avvenimenti si trovano nel passato, alle origini di queto progetto: un’unione che guardava alla pace? All’epoca della Dichiarazione Schuman (1950) si trattava di una pace mondiale, non solo europea. Una responsabilità non da poco, alla quale affiancare intenzioni genuine di grandissima portata, una volontà politica che, in potenza, avrebbe potuto realmente condurre ad un’unione intensa e democratica, che ancora oggi non solo stenta a decollare, ma conduce a risultati mediocri. Gli odierni cittadini dell’Unione europea sono individui profondamente diversi da chi, a metà del secolo scorso, ha desiderato il Piano Marshall, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio; quello che allora veniva visto come un percorso lastricato d’oro, la giusta via da intraprendere per rialzarsi dalla guerra, per non doverne vedere altre, oggi ha assunto un aspetto del tutto diverso, qualcosa da cui iniziare a dissociarsi, una trappola o una gabbia.

La Gran Bretagna è certamente un caso particolare, si tratta di un paese che per peculiarità storico-culturali soffre lo sharing decisionale politico, economico e commerciale instaurato dall’Unione europea o che, quantomeno, non ne è più soddisfatto. E se da un lato è ammissibile la critica che viene mossa all’Unione secondo cui questa compartecipazione politica ed economica vede sempre gli stessi Stati membri al “banco” decisionale, è anche vero, d’altro canto, che l’impero britannico non esiste più, e bisognerà fare i conti anche con questo sul piano internazionale.

L’Unione Europea e il rischio disfacimento

L’Unione europea si è comunque distinta, come già detto, per un legame politico mediocre, e questo non ha fatto altro che lasciare spazio alle idee nazionaliste e ai movimenti centrifughi di cui sopra, ma si può ancora evitare che questa svolta separatista si trasformi nel suo canto del cigno.

Le ragioni economiche e commerciali non bastano, e di fronte ad un gran numero di paesi paradossalmente confinanti ed estremamente lontani culturalmente, in cui si parlano 24 lingue diverse, sono necessarie ragioni ben più profonde, possibilmente più salde e genuine di quelle passate. Se l’UE tende ad assumere l’immagine di una trappola la ragione va ricercata nell’assenza di slanci politici di stampo sinceramente democratico. Ci stiamo sfaldando sotto la spinta delle crisi migratorie, dei conflitti religiosi internazionali, delle crisi economiche, e questo sta avvenendo perché il tessuto politico che ci ha tenuto insieme per questi anni è stato, dal principio, fin troppo fragile; ben poche sono state le menti che hanno creduto in una disinteressata unione politica, ed il risultato è stato pessimo (tutt’altro che mediocre): siamo paesi in competizione tra loro, all’interno di un blocco politico che dovrebbe essere in grado di competere sullo scenario politico ed economico globale: tali premesse lo consentono?

Alla luce dei tragici avvenimenti internazionali, delle tremende parentesi storiche di violenza fino ad ora affrontate, sarebbe auspicabile un’unione politica basata su principi non xenofobi, anti-razzisti, inclusivi, di avanguardia politica e sociale, diametralmente opposti a quelli che si stanno diffondendo attualmente, di esclusione ed espulsione.

Si fa indispensabile dimostrare volontà d’unione, non necessità; assumere finalmente una posizione forte nel quadro internazionale, allontanarsi da questa immagine di grottesca precarietà che ultimamente contraddistingue l’UE. Nazionalismi e banali orgogli nazionali non cambieranno la realtà internazionale in cui riversa il mondo; la fetta di territorio che oggi corrisponde all’Unione europea, qualsiasi sia il futuro che ci attende, continuerà a trovarsi tra i fuochi dei giganti della politica internazionale, e non risulterebbe dignitoso trasformarsi in bits and pieces per altre potenze.

Il rischio di una reazione a catena non è da sottovalutare, e dovremo attendere i tempi necessari all’iter d’uscita per poter avere un quadro più chiaro della situazione; sarà, inoltre, necessario che le potenze dominanti all’interno dell’Unione facciano i conti con il proprio dominio e rivedano le proprie posizioni, si spera in vista di un passo (magari più di uno) verso una reale, genuina ed onesta compartecipazione decisionale e politica all’interno dell’UE.

Non dobbiamo essere l’Unione europea in parte figlia delle mire statunitensi, non siamo obbligati ad essere un’istituzione politica-cuscinetto per altri, e non siamo nemmeno tenuti a fingere che le cose vadano bene così come sono ora. Non dobbiamo essere Unione europea, ma dobbiamo essere capaci di decidere attraverso un’ottica lungimirante, non persuasi da disegni e calcoli di breve termine. Noi possiamo essere la generazione di cittadini europei in grado di terminare, trasformare il progetto dei nostri predecessori in qualcosa di compiuto. Possiamo fare questo dissociandoci da ragioni che non ci appartengono, ormai sepolte nella storia, allontanandoci dalle mire delle altre potenze, appropriandoci di volontà originali, di vera pace e di vero progresso politico.

La corsa alle presidenziali USA

Un quadro d’insieme della corsa alle presidenziali USA e dei candidati a guidare la superpotenza atlantica

di Bruno Formicola

I risultati del “Super Tuesday” della scorsa settimana, una delle tappe fondamentali per la scelta dei candidati alle presidenziali statunitensi, non hanno ancora rivelato i futuri candidati del Partito Repubblicano e del Partito Democratico alle elezioni presidenziali, ma secondo la maggior parte degli analisti i rispettivi favoriti rimangono l’uomo d’affari Donald Trump e l’ex Segretario di Stato Hillary Clinton. Entrambi possono contare su un numero di delegati statali molto superiore rispetto ai loro più vicini concorrenti.

I candidati alle presidenziali del Partito Repubblicano

Dopo aver perso il Caucus in Iowa, Trump si è trovato di fronte una strada in discesa, vincendo sette degli undici stati del Super Martedì, mentre gli altri tre sono stati conquistati dall’estremista del Tea Party Ted Cruz, attualmente secondo per numero di vittorie. Gli altri repubblicani rimasti in gara sono Marco Rubio e John Kasich, ma hanno il vento che soffia contro.

La mappa delle primarie Repubblicane

Il neurochirurgo Ben Carson e Jeb Bush, prima considerati tra i favoriti, si sono ritirati dalla corsa dopo una prestazione deludente. Il successo di Donald Trump, e del suo stile tutt’altro che politically correct, sembra aver provocato una profonda spaccatura all’interno del Grand Old Party, e alcuni notabili membri come l’ex sfidante di Obama, Mitt Romney, e il senatore Lindsay Graham hanno apertamente criticato le sue posizioni. L’eventuale nomination di Trump cambierà inevitabilmente il partito, ma grandi cambiamenti sono attesi anche all’interno del Partito Democratico.

La corsa a due nel Partito Democratico

Nessuno immaginava che la candidatura di Bernie Sanders avrebbe potuto mettere in seria difficoltà Hillary Clinton; l’ex first Lady è tuttora considerata la frontrunner, ma è ancora possibile che il rivale raggiunga o superi il suo numero di delegati.

La mappa delle primarie Democratiche

L’attuale sistema di scelta dei candidati adottato dal partito Democratico prevede la figura del superdelegato, membri di spicco del partito che prendono parte alla decisione elettorale insieme ai delegati. Per ora la maggioranza dei superdelegati appoggia Hillary Clinton, ma questi potrebbero promettere il loro voto a Sanders se questo dovesse vincere le preferenze della maggioranza degli elettori. L’autoproclamato socialista democratico ha già lasciato un grandissimo segno nella politica americana, attirando a sé il favore della stragrande maggioranza di giovani democratici e indipendenti. Il principale problema della campagna di Sanders ha a che fare con la demografia: è ancora poco popolare presso le minoranze razziali, nonostante abbia combattuto sin dalla gioventù a fianco dei movimenti antisegregazionisti, e questo gli sta costando la vittoria negli stati più diversi. Gli anziani di colore sembrano preferire in netta maggioranza Hillary Clinton, dimostrando ancora una volta l’importanza del nome del candidato.

L’Europa, come il resto del mondo, ha gli occhi puntati sugli Stati Uniti. Le elezioni presidenziali americane determineranno il futuro comandante dell’esercito USA, attualmente il più grande del mondo; il vicecancelliere tedesco sostiene che una vittoria di Trump minaccerebbe la pace e la prosperità mondiale, mentre il primo ministro italiano Renzi si augura che la Clinton vinca la nomination e la Casa Bianca. Lo scontro è ancora aperto e, sebbene molti non se ne rendano conto, i cittadini statunitensi hanno una grossa responsabilità sulle loro spalle.

Un’ottima annata per il Front National

Elezioni in Francia: un’analisi del voto in ottica europea

Di Bruno Formicola

Il sistema elettorale francese a doppio turno ha giocato sicuramente a sfavore del Front National e dei suoi candidati: le ultime elezioni regionali tenutesi il 6 (primo turno) e il 13 dicembre (secondo turno) hanno visto i due partiti dell’establishment, il Partito Socialista e i Repubblicani (ex UMP), ottenere ancora una volta la guida delle dodici regioni della terraferma (la Corsica, invece, è stata conquistata dal partito nazionalista di Gilles Simeoni).

All’interno del Front National

Dopo un’ondata di speranza che ha travolto il partito in seguito ai risultati del primo turno elettorale, la portavoce europea delle istanze euroscettiche e nazionaliste Marine Le Pen, guida del Fronte, ha dovuto successivamente ammettere la sconfitta; il partito, tuttavia, non è mai stato così popolare presso il popolo francese.

Ai vecchi sostenitori del padre Jean-Marie Le-Pen, fondatore del partito ormai ostracizzato dalla nuova amministrazione, si sono affiancati i cosiddetti “delusi”, che non ripongono più fiducia nelle due forze politiche che negli ultimi decenni si sono alternati alla guida del paese e delle regioni. A livello nazionale, i voti ottenuti dal partito al secondo turno sono stati quasi sette milioni, un numero molto vicino a quello degli elettori del Partito Socialista (7.2 miloni) ma non tanto elevato da destare molte preoccupazioni ai repubblicani, scelti da poco più di dieci milioni di elettori. L’affluenza al secondo turno è stata del 58,4%, relativamente bassa, ma sicuramente maggiore rispetto al voto regionale di cinque anni fa che invece registrò un’affluenza del 51,2%.

La questione europea

Il nuovo divampare della fiamma nazionalista e xenofoba non è un fenomeno specificamente francese, ma europeo: un indizio che ci suggerisce di ritrovare nelle sue cause primarie non solo la minaccia terroristica o il malcontento per l’arrivo di centinaia di migliaia di migranti dal sud, ma anche la percezione da parte dei cittadini di un’Unione Europea che non funziona più o che non vuole funzionare. La risposta dovrebbe anch’essa avere una dimensione sovranazionale, non nazionale, e dovrebbe porsi l’obiettivo di scongiurare la vittoria di formazioni che possano mettere in pericolo le libertà fondamentali, linfa vitale del progetto europeo.

Se non riformeremo le istituzioni, e non metteremo in discussione l’attuale paradigma economico che non fornisce risposte ai più indigenti, queste forze continueranno a guadagnare campo e magari anche ad influenzare i partiti “moderati”, che sceglieranno di far proprie le idee delle destre radicali per preservare la propria esistenza.